Libro illustrato di argomentazioni errate, di Ali Almossawi

Conosco alcune persone per cui ogni conversazione è un campo di battaglia e la loro aspirazione è quella di sovrastare l’altro. Non si rendono conto che senza entrare in ascolto, si tratta di una vittoria di Pirro.

Primo principio: non ingannare se stessi. Ma la persona più facile da ingannare siamo proprio noi stessi.
Richard P. Feynman

Ti è mai capitato di sentire discorsi tipo questi?

“Se accetteremo questo accadrà che…”
“Sarebbe da stupidi non fare così…”
“Dato questo allora è vero quest’altro…”
“Dove andremo a finire se…”
“Una volta si mangiava meno carne, quindi deve essere giusto così…”
“Un vero tifoso non direbbe/farebbe mai questo…”

Ok, era una domanda retorica, certo che ti è capitato! Sono tutti incipit di discorsi caratterizzati da logiche fallacie, molto frequenti nel dialogo.
Ho una cattiva notizia: le logiche fallacie sono talmente utilizzate da sembrare perfettamente sensate ed è molto difficile riconoscerle e disinnescarle. Anzi, probabilmente anche alla persona più empatica sarà capitato di farne uso.

Nel “Libro illustrato di argomentazioni errate”, Ali Almossawi descrive le 19 logiche fallacie più frequenti, il suo obiettivo è quello aiutare i lettori a prendere familiarità con alcuni di questi tranelli e magari, con il tempo, riuscire a isolarli nel discorso e dribblarli.

Il libro è molto pratico, ogni fallacia dispone di una sola pagina. Brevità, chiarezza e l’uso di esempi, sono i punti di forza del libro.

A impreziosirlo ci sono anche le illustrazioni di Alejandro Giraldo. Illustrazioni di tipo xilografico, una per ogni fallacia, che si ispirano in parte a “La fattoria degli animali” di George Orwell e in parte ad “Alice nel paese delle meraviglie” di Lewis Carroll.

In Italia è stato pubblicato dall’associazione Uaar (Unione degli Atei e degli Agnostici Razionalisti), nella collana Nessun Dogma, con lo scopo di promuovere la consapevolezza e l’importanza del pensiero critico.

Consigliatissimo.

L’Autore

Ali Almossawi ha conseguito un master in Ingegneria dei sistemi al MIT (una delle più importanti università di ricerca del mondo, con sede a Cambridge) e un master in Ingegneria del software. Vive a San Francisco e lavora come data visualization engineer per Mozilla (al mio segnale voglio sentire il coro “Ali Almossawi uno di noi!”), i suoi lavori vengono spesso pubblicati su Wired.

Cos’è la Facilitazione? Ti racconto la mia prima esperienza

La prima volta che mi sono imbattuto nella parola “facilitazione” ho pensato che si trattava di una parola strana.
La mia interdizione derivava dalla difficoltà a collocare questa parola in un ambito preciso: lavorativo, personale, manageriale, burocratico, formativo…

La sensazione comunque era positiva, suscitava in me l’idea di poter rendere fattibile qualcosa che appariva complicato ma probabilmente era “solo” complesso.

Cos’è la facilitazione e chi è il facilitatore? Riusciresti a rispondere a queste domande in modo chiaro e conciso?

Io non ci sarei riuscito prima di aver partecipato al laboratorio “Facilitazioni di base”, organizzato da COLLEGAMENTI RAMPANTI il 17 giugno presso la sala corsi di Adrias Online.
Cito da una da una delle carte da gioco serio che abbiamo utilizzato quel giorno:

Il Facilitatore è la persona che cura il processo e la comunicazione durante le attività di gruppo. Promuove la reciproca comprensione e la partecipazione di tutti.

Precisazione. Il ruolo del facilitatore ha senso esclusivamente all’interno di un gruppo di lavoro. Può essere una figura esterna, chiamata appositamente per quell’incontro, o può essere uno dei membri del gruppo investito di questo ruolo; ma comunque la presenza di un facilitatore presuppone un team di persone con una finalità.

Il facilitatore metterà in campo tutta la sua esperienza e le sue qualità sul “come fare” a raggiungere lo scopo per cui il gruppo si riunisce, non interverrà mai sul “cosa fare”. Dunque il facilitatore non è un project manager, non interviene sull’ordine del giorno, se non per assicurarsi che venga rispettato.

Lo scopo del facilitatore è quello di rendere tutti partecipi e protagonisti dall’inizio alla fine della sessione di lavoro. Le riunioni 80/20, dove il 20% delle persone parlano per l’80% del tempo, sono il nemico giurato del facilitatore, che ha a cuore i gruppi e le comunità.

Se stai pensando “ok, è una cosa che riguarda solo l’ambito lavorativo” sei fuori strada. Il facilitatore risulta determinante in tutti gli ambiti dove più persone devono giungere a decisioni condivise: una riunione condominiale, un’assemblea di classe, un’assemblea dei soci di un’associazione, una riunione di lavoro…

La facilitazione è una cosa che può interessare ciascuno di noi, nei diversi ambiti comunitari in cui è richiesta la nostra partecipazione (che parola!).

Fin qui tutto bello, ora veniamo alle cose negative: non esiste un percorso di studi, o di qualsiasi altro tipo, che ti porti a diventare un facilitatore. Il percorso te lo devi fare tu e purtroppo i momenti formativi per un facilitatore sono davvero rari. Ecco perché con COLLEGAMENTI RAMPANTI abbiamo deciso di organizzare a Rimini “Facilitazioni di base” un’intera giornata di formazione sulle tecniche della facilitazione.

Il workshop “Facilitazioni di Base”

Il workshop è stato condotto dalla facilitatrice Martina Francesca che ha condiviso con noi tanti strumenti, tecniche e giochi di ruolo.
Il risultato è stato letteralmente entusiasmante.

Martina ci ha condotto lungo un’intera giornata di formazione, con 0% di lezione frontale e 100% di coinvolgimento. Siamo tornati a casa con tantissime dritte da mettere in pratica e tanti accorgimenti che fanno la differenza e aiutano le persone all’interno di un gruppo a sentirsi a proprio agio e a partecipare attivamente, anche le (immancabili) persone meno predisposte.

Ecco una particolarità: molti degli strumenti che abbiamo appreso sono di buon senso, eppure di mia iniziativa non avrei mai avuto il coraggio, ad esempio, di utilizzare una campana tibetana o un pallone gonfiabile in una riunione di lavoro.

Vedere Martina all’opera con questi strumenti mi ha fatto venire in mente una frase utilizzata per definire i grandi campioni dello sport: “mantiene la lucidità per fare le cose semplici, con il tempismo giusto”.
In un certo senso anche per la facilitazione è una questione di lucidità e tempistiche, inoltre certe “soft skills” come la capacità di ascolto e l’empatia sono assolutamente da mantenere allenate.

Un libro per cominciare un percorso di Facilitazione

“Facilitazioni di Base” è stata anche l’occasione per acquistare “Facilitiamoci!”, il libro (con allegate delle carte da gioco serio) di Melania Bigi, Martina Francesca e Deborah Rim Moiso, che ti consiglio di acquistare se vuoi intraprendere questo percorso.

In un primo momento le autrici realizzarono solo le carte come strumento da utilizzare nei corsi introduttivi sulla facilitazione e poi dall’interesse delle Edizioni la Meridiana è nata l’idea di pubblicare anche un manuale pratico per accompagnare e ampliare i temi proposti nelle carte.

Il libro è pensato per chi è alla ricerca di strumenti da portare nei propri gruppi, associazioni, team di lavoro, a scuola, in famiglia, negli enti locali… ma anche per facilitatori e facilitatrici esperti che cercano un modo colorato e un po’ magico per ispirarsi, progettare eventi o parlare di temi come la facilitazione, lavoro di gruppo, la costruzione di comunità e la progettazione partecipata.

Il pensiero laterale, di Edward De Bono

Come nascono le idee originali?

E possibile aumentare la propria creatività?

Perché alcune persone sono un pozzo di idee mentre altre si limitano a ricalcare sentieri già tracciati da altri?

Se ti sei posto queste domande almeno una volta, in questo libro troverai delle risposte. Almeno è quello che c’ho trovato io in questo ultimo libro letto nel 2016, consigliatomi da Alessandro Sportelli.

L’autore è Edward De Bono, la massima autorità riconosciuta nel campo del pensiero creativo e padre del pensiero laterale, appunto. Laureato in medicina e psicologia ha scritto 62 libri tradotti in 37 lingue e ha tenuto conferenze su questo argomento in 54 Paesi.

Il libro si basa sulla dicotomia del “pensiero verticale” contro il “pensiero laterale”. Per capire meglio di cosa si tratta ti faccio un esempio presente sul libro.

Mettiamo che tu sia un minatore e che tanti anni fa tu abbia trovato una vena d’oro. Negli anni hai scavato tanto e hai raccolto tanto oro, sei diventato uno dei massimi esperti di quella miniera, ma ora che sei arrivato al fondo non c’è quasi più nulla.

Ti si presentano due soluzioni o ti intestardisci che quella è la migliore miniera di sempre, perseveri nel presentarti come massima autorità di quella miniera (quasi vuota) e continui a scavare raccogliendo poco, oppure cambi.

Cambiare significa risalire, cercare un’altra vena. Questo comporta che per qualche tempo non scaverai affatto e non avrai quella seppur misera raccolta d’oro che avevi fino al giorno prima, perderesti il comfort di un luogo in cui eri un’autorità, però avresti un obiettivo a medio termine molto più ambizioso.

Pensiero verticale

Il pensiero che De Bono definisce verticale è il pensiero razionale, quello che non cerca nuove interpretazioni della realtà e che si dimostra poco fecondo per propiziare delle intuizioni. Il pensiero verticale è focalizzato sull’elaborazione successiva di una situazione già nota.

Se si affronta un problema con il metodo verticale si ottengono dei risultati logicamente corretti ma già implicitamente compresi nell’esposizione del problema stesso. Non si cambia strada con il pensiero verticale. Si giunge a delle conclusioni seguendo un procedimento graduale e fondato sull’abitudine.

In moltissimi casi è una grande qualità del nostro pensiero questa, ci permette di prendere scelte sensate, logiche e proficue facendo poca fatica. Quando invece dobbiamo uscire dal seminato per ottenere risultati diversi, dobbiamo affidarci al pensiero laterale.

Pensiero laterale

Il pensiero laterale è quello a cui dobbiamo far ricorso quando abbiamo bisogno di una soluzione innovativa. Si deve stravolgere il problema, partire dal punto più lontano possibile, ribaltare i dati, mescolare le ipotesi, negare certe sicurezze e in alcuni casi affidarci alla serendipity.

Il pensiero laterale tiene conto della molteplicità dei punti di vista da cui si può considerare un problema. Questo consente di sovvertire i rigidi schemi in cui spesso è costretta la nostra mente e di trovare le risposte anche a problemi all’apparenza irrisolvibili.

Forse ti sembrerà strano ma questo approccio è già un punto di riferimento per moltissime aziende nel mondo.

Mie considerazioni

Ho trovato la prima parte del libro davvero pratica, tutt’altro che teorica.

De Bono suggerisce delle tecniche per osservare ogni situazione da una pluralità di prospettive, degli stratagemmi pratici per scomporre la realtà in modi diversi da quelli a cui ci porterebbe la nostra formazione. L’obiettivo di è quello di imparare a pensare in modo diverso e creativo.

Mentre tutta la prima parte è un manuale di pratica, la seconda parte riporta tanti esempi mutuati dal mondo scientifico e accademico, ugualmente interessante ma poco attuabile.

L’autore

Edward De Bono, come già scritto, è considerato la massima autorità nel campo del pensiero creativo, ha scritto 62 libri tradotti in 37 lingue, e ha tenuto corsi e conferenze in 54 Paesi. Laureato in medicina e psicologia, de Bono ha tenuto lezioni a Oxford, Cambridge, Londra e Harvard.

Gruppi di lavoro SMART, quanto incidono il numero di persone e la vicinanza

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A proposito di gruppi di lavoro “cross functional” e organizzazione del lavoro “agile”, nelle scorse settimane mi è capitato sottomano questo post. Contiene diverse considerazioni sulle dimensioni dei gruppi di lavoro e su quanto può incidere il lavoro lontano dall’ufficio.
Non esiste una formula ideale, ogni ambito e ogni progetto può avere un suo approccio ideale e molto dipende dalla disponibilità dalle persone che è possibile coinvolgere e dal budget a disposizione.

Il post originale è stato scritto a 4 mani da Hans Brattberg (Agile Coach a Crisp, Stockholm) e Jimmy Janlén (di Nomad8). Con il loro incoraggiamento e per mio interesse, ho realizzato questa traduzione/rielaborazione, spero possa essere interessante anche per te.

Buona lettura.

I processi di produzione che coinvolgono più persone sono costosi: grandi team, lavoro a distanza, membri del team che lavorano part time, molti professionisti con skills verticali… Sono tutti fattori che possono portare ad un processo produttivo più complesso, più lungo e quindi più costo.
Questo può sembrare ovvio, ma tantissime aziende sembrano non tener conto di queste considerazioni.

Di solito quando si decide di adottare un approccio agile come ad esempio lo Scrum, il Kanban o la Lean Production, viene esaltata la collaborazione tra persone con competenze differenti.
Un team fatto di persone con skills complementari che può sviluppare un’idea dall’inizio alla fine, è in gergo chiamato cross functinal team.
Un cross functional team è un team che può portare un progetto dall’idea iniziale fino alla sua realizzazione.

Idealmente un gruppo cosiddetto cross functional dovrebbe avere un assetto minimalista, potrebbe assomigliare a qualcosa del genere:

– Un team composto da tre, quattro o cinque persone che insieme posseggano le skills e l’esperienza necessaria per portare avanti il progetto.
– Per quanto difficile sarebbe bene che non ci siano altri incarichi paralleli. L’ideale sarebbe che i membri del team possano concentrarsi a tempo pieno sull’obiettivo assegnato loro.
– Una stanza grande e confortevole, per consentire il migliore scambio di conoscenze possibile. L’ideale sarebbe che ci fosse una lavagna a disposizione per migliorare la visualizzazione del lavoro e facilitare la comunicazione.
– Un ambiente con infrastrutture flessibili che consentano al team di riorganizzarsi autonomamente in base alle necessità che man mano incontreranno.
– Stabilire un dialogo diretto tra il team e gli utenti finali verso i quali è rivolto il progetto, in modo che i membri del team ricevano feedback veloci e regolari.
– Rilasciare le consegne a step intermedi.

Lavorare a distanza può portare ad allungare alcuni processi

Quando un gruppo di persone può lavorare nella stessa stanza, la comunicazione avviene senza sforzi, in maniera naturale e di continuo. E’ possibile confrontarsi con gli altri guardandosi in faccia, percependo chiaramente il tono di voce e le espressioni.
Allo stesso modo è possibile spostare la propria sedia vicino a quella di un collega e chiarirsi direttamente uno a uno. Si può discutere in maniera spontanea su di un task e le conoscenze verranno assimilate da tutto il team in ascolto, come per osmosi.

Al contrario quando si è lontani e si lavora da remoto, si finisce per dover scrivere tante email o tanti messaggi in chat. Senza contare il rischio di dover attendere una risposta per un quesito anche per diversi minuti.
Può accadere anche di peggio: alcune comunicazioni possono non avvenire o perdersi nel flusso delle parole scritte.

A volte anche solo il pensiero di alzarsi dalla sedia e avventurarsi verso un altro piano può trasformarsi in un freno.
Il collega potrebbe essere seduto in un ufficio al piano di sopra o in un altro continente, ma le due distanze potrebbero sortire lo stesso effetto inibitore. Spesso le barriere mentali sono peggio di quelle fisiche.
Certe volte non c’è tanta differenza tra essere separati da sette scalini o da sette fusi orari.

Lavorare da casa, da un altro ufficio oppure da un altro continente, è abbastanza simile, ma il fuso orario e le differenze culturali sono delle aggravanti. Ad ogni modo lo sforzo di ricercare competenze locali, paga sempre.

Il lavoro part time può portare ad allungare alcuni processi

Quando qualcuno si assenta dal lavoro e rientra successivamente è necessario un periodo di aggiornamento su quanto accaduto in sua assenza. Nel caso migliore vengono condivise le cose più importanti, nel caso peggiore può non esserci alcuna sincronizzazione.
Questa cosa non va sottovalutata, va gestita.

Un’altra cosa da tenere in considerazione, in casi come questo, è la durata delle riunioni. Le tempistiche delle riunioni devono essere stabilite anche in relazione agli impegni di chi lavora part time, in modo che tutti possano partecipare.
Il rischio è che chi lavora part time possa vedere sbilanciato il proprio tempo in ufficio a favore dei meeting e trovarsi con meno tempo a disposizione per smaltire il carico di lavoro.

Se una persona lavora a distanza 1 giorno alla settimana, in base al numero dei componenti del team, la probabilità che ogni membro sia nella stessa stanza in un determinato momento, secondo l’esperienza di Hans e Jimmy, sono le seguenti.

Dimensione del team Probabilità che tutti siano presenti contemporaneamente
3 51%
4 41%
5 33%
6 26%
7 17%
8 13%

Skill troppo verticali possono portare ad allungare alcuni processi

In generale più specialisti mono skill ci sono in un gruppo di lavoro, più il numero di persone necessarie per concludere il progetto aumenta. Più persone significa molti incontri e di conseguenza processi di sviluppo più lunghi.

All’interno di un team di sole persone specializzate diventa più difficile ottenere una distribuzione del lavoro bilanciata, generalmente il carico passa da un professionista all’altro, ma non è mai realmente bilanciato.

In un medesimo progetto di qualsivoglia natura raramente sono richieste tutte le competenze di quell’ambito in modo equo. In genere un team composto da poche persone con competenze ampie, che possono impiegarsi dove è necessario, può abbattere di molto i tempi di consegna.

Una buona idea potrebbe essere quella di coinvolgere un team di professionisti con conoscenze a 360 gradi nel proprio settore e una specializzazione ciascuno. Per certi versi è il contrario di quello che avviene oggi in ambiti universitari ad esempio, dove i nuovi laureati hanno capacità sempre più specifiche ma poche possibilità di essere autonomi nel proprio settore.

Alcuni esempi possono essere uno sviluppatore specializzato sulla parte front-end ma che possiede anche skill grafiche o un programmatore specializzato nel front-end ma pure in possesso di conoscenze del back-end; e così via.

Un team con molte persone può portare ad allungare alcuni processi

Per capire quel è il numero giusto per un team di lavoro c’è una sola risposta giusta: non appena si è in troppi per avere una conversazione è il momento di dividersi in sottogruppi. Per esperienza, oltre i 5 membri un team comincia a far fatica a comunicare.

Anche la stanza in cui si lavora e il modo in cui è arredata incide in questo e può portare a dover organizzare i team in un modo diverso da quello che si ha in testa. Ogni ulteriore sotto divisione rende più difficile incontrarsi e girare semplicemente la sedia nel momento in cui si ha un dubbio.

Più persone significa anche più andirivieni, in genere il costante cambiamento nella composizione del team rallenta il lavoro. I nuovi membri o quelli di ritorno hanno bisogno di tempo per conoscersi o riprendere in mano quello che avevano lasciato. Questo costa tempo e introduce più processi.

Domande frequenti

La grandezza è più importante della competenza?
No. Se non è possibile essere plurifunzionale come potrebbero esserlo 9 persone, allora si avrà bisogno di un team di 9 persone. Però bisogna essere preparati a più processi.

Come è possibile tenere basso il numero dei componenti di un team?
Assicurati che nel team ci siano persone multi qualificate.
Più sono le persone con una sola specializzazione, più persone saranno necessarie per creare un team plurifunzionale.

Se molte persone lavorano part time in altri progetti, com’è possibile aiutarli?
Provate a coordinare i momenti in cui siete presenti e quelli in cui siete assenti.
Un modo per raggiungere questo obiettivo è organizzare gli orari del team sul calendario.
Un ulteriore modo è accordarsi su quali giorni siete assenti così da esserlo tutti lo stesso giorno.

Lavoro in due o più team, come posso essere il più efficacie possibile?
Prova a far diventare uno dei team il tuo team principale. Invece di dedicarsi al 50% per entrambi, dedicherai il 60% del tempo ad un team e il 40% all’altro. Utilizza le tue capacità primarie per adattarti al team che ti concerne di più, al posto di impegnarti nei task al 40% in un team, trasferisci la conoscenza, in modo da ridurre il loro bisogno del tuo aiuto nel tempo.

Faccio del lavoro da remoto, la coordinazione con il team mi richiederà molto tempo?
Un’idea può essere quella di abbandonare formalmente il team dando invece un supporto esterno al team. In questo modo non hai bisogno di partecipare a tutti i meeting di allineamento e la tua presenza viene richiesta quando il team sente di averne bisogno.
ATTENZIONE: questo non funzionerà se sei un collo di bottiglia.
ATTENZIONE: questo non funzionerà se hai bisogno di partecipare ai meeting per avere una visione di insieme.

Un altro modo di intendere i fornitori di servizi è pensare a loro come ad una stazione dei pompieri. I pompieri hanno bisogno di parecchio tempo libero nel loro calendario. Una stazione dei pompieri non viene premiata perché molto impegnata, ma viene misurata sulla velocità di risposta e di aiuto verso chi ne ha bisogno. Quando un pompiere non è impegnato in missioni di aiuto, utilizza il proprio tempo facendo pratica, installando allarmi anti incendio, facendo ispezioni di uffici e luoghi di lavoro, ed educando le persone sulle norme anti incendio.

Usiamo molti tool per rendere possibile il lavoro remoto, quindi perché dobbiamo essere seduti vicini?
Questi tool funzionano in maniera eccellente anche quando siete seduti vicini, quindi non esitate ad utilizzarli anche in questi casi. Una chat dedicata al team è il posto perfetto per chiedere aiuto su questioni non urgenti che non richiedono di cambiare il focus di qualcuno. Ma alcuni tipi di discussioni sono difficili da condurre in una chat. La cosa che funziona meglio quasi sempre è incontrarsi faccia a faccia.

Che tipo di riunioni sono richieste in base al numero delle persone in team?
Un team di 5 persone che si trova nello stesso posto può aver bisogno dei seguenti incontri lavorando in maniera agile:

Pianificazione settimanale. 30 minuti.
Retrospettiva B settimanale. 60 minuti.
Definizione dei Backlog, quando richiesto.
Meeting informale e giornaliero, quando richiesto.

Se il team è composto da almeno 8 persone, con qualcuno che lavora part time o in remoto, quello seguente è il setup più utilizzato:

Pianificazione settimanale. 60 minuti.
Retrospettiva B settimanale. 90 minuti.
Definizione settimanale dei Backlog, 60 – 120 minuti
Meeting informale e giornaliero, ogni giorno con una conference call per chi lavora da remoto.

E anche quest’anno la SEO muore l’anno prossimo

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Al Web Marketing Festival 2016 avevo proposto uno speech dal titolo provocatorio, qualcosa tipo: “SEO = Search Engine Onlus”. Volevo raccontare di tanti buoni motivi per cui i SEO sono utili a Google ed è difficile che Google decida di privarsi di questi alleati.

Poi Cosmano mi chiama e mi ha fa: “Fra, ma tu ora ti occupi di Onlus? Devo metterti nella sala No profit!” Lì ho capito che quel gioco di parole non era così chiaro e brillante come pensavo e abbiamo convenuto che mi sarei occupato (di nuovo) di SEO e turismo.

Di quello speech mancato mi sono rimaste diverse annotazioni su Evernote, tanto che ho deciso di pubblicarle in questo post. Cercherò di tenerlo aggiornato con altri spunti sul perché la SEO non è morta e non morirà, man mano che mi vengono in mente.
Enjoy!

I SEO sono un motore di cambiamento e innovazione

Non è un caso che molte novità in casa Google siano accompagnate da una dichiarazione di qualche dipendente tipo: “sarà fattore di ranking”.

Ad esempio è successo così con Caffeine nel 2010, quando Google stava lanciando Chrome (il browser più veloce di tutti) e improvvisamente il web doveva essere un posto veloce e caffeinico, tanto che i tempi di caricamento di un sito sarebbero diventati fattore di ranking.

Stessa cosa con il mobile friendly, il protocollo https e così via. Google chiama e i SEO si mettono all’opera facendosi agenti di cambiamento.

Come sarebbero le SERP oggi senza i SEO?

Vi ricordate come erano le SERP 18 anni fa? Io sì e ricordo bene che la pagina dei risultati di Google non era certo funzionale come l’attuale, anzi era proprio un posto molto confuso.

Oggi abbiamo title ottimizzati, la keyword principale all’inizio del titolo (proprio dove scorre l’occhio dell’utente), il numero “giusto” di caratteri, il brand del sito alla fine, i dati strutturati nel sito per i rich snippet, i sitelink se il SEO ha costruito un buon linking interno, la call to action, ogni title è originale… E le stesse osservazioni si potrebbero fare per le description.

I SEO hanno fatto questo lavoro per ottenere più click e traffico da organico, ma è indubbio che facendolo hanno reso Google un posto migliore.

I contenuti duplicati la farebbero da padrone

La scrittura per il web è una cosa diversa rispetto a quella su carta, questo lo sappiamo e centra poco la SEO. Tuttavia è innegabile che una buona spinta verso la maggior cura dei contenuti venga anche dalla SEO.

Ad esempio, senza i motori di ricerca, se ogni sito avesse una quota di traffico ogni giorno per diritto anzichè per merito, sono sicuro che alcune pagine di molti siti sarebbero un semplice copia e incolla da Wikipedia.

L’esistenza dei motori di ricerca e della SEO ci spinge a curare TUTTI i contenuti in modo che siano unici, originali e interessanti per gli utenti.

A chi servirebbero il Search Console, il Disavow Tool e il Forum di assistenza ai Webmaster?

Alcuni strumenti sviluppati da Google sono evidentemente pensati per i SEO. Se la SEO fosse in procinto di morire, o se fosse qualcosa di non riconosciuto, qualcuno saprebbe spiegarmi perché esistono il Search Console, il Disavow Tool e il Forum di assistenza ai Webmaster?

L’organico è il canale principale di traffico della maggior parte dei siti web

Se ti capita di vedere decine di profili Google Analytics ogni settimana, come capita a me, saprai benissimo che il traffico organico di una PMI in media spazia fra il 40% e il 60% del totale.

Sostanzialmente l’organico è il canale principale di traffico della maggior parte dei siti web. In un contesto in cui l’algoritmo core di Google viene ritoccato centinaia di volte all’anno, non è rischioso trascurare la SEO?

E se su Google ci fossero solo risultati sponsorizzati?

Se un giorno ci svegliassimo e su Google trovassimo solo risultati sponsorizzati, come reagiremmo?

Non credo che sarebbe così divertente scartabellare fra migliaia di inserzioni pubblicitarie, alla ricerca di informazioni imparziali.
Senza i risultati organici ordinati in modo meritocratico, in base al search intent degli utenti, i motori di ricerca diventerebbero inutili in un solo attimo.

Google vorrebbe essere un motore di risposta, ma non può

Mai scordarlo: la ricerca di Google è il principale volano di un’azienda privata che vuole realizzare profitto economico (e ci riesce bene), prima si chiamava Google, oggi si chiama Alphabet. Se Google continuerà a funzionare bene come motore di ricerca questa azienda continuerà a fare profitto.

Certo che a Google piacerebbe trattenere gli utenti sulla propria piattaforma (un po’ come fa Facebook), il Google Knowledge Graph e AMP sono un tentativo, ma il fatto è che Google “deve” continuare a connettere utenti “bisognosi” a contenuti interessanti. Tutto per continuare ad essere il motore di ricerca più utilizzato.

“La SEO è morta” è una frase incompleta

In sostanza la SEO morirà quando morirà la ricerca di Google, finché questa esisterà i SEO cercheranno di capire come funziona e qual è il modo migliore per ottenere di più, con mezzi più o meno leciti.

Al limite si potrebbe parlare di “fine della SEO come la conosciamo” ed è proprio questo il punto: la tecnologia cambia, cambiano le abitudini e cambia anche la SEO.

La frase “la SEO è morta” non è del tutto sbagliata è solo incompleta, la versione più corretta è “la SEO è morta ed è rinata, di nuovo“.

Capisco che ai più “pigri” piacerebbe fermarsi al primo passaggio, del resto ogni volta che qualcuno dice “la SEO è morta” da qualche parte un SEO bravo ha un cliente in più.

Perché qualcuno sostiene che la SEO sia morta?

Ci sono diverse spiegazioni plausibili per rispondere a questa domanda, probabilmente servirebbe un post a parte. Il mio consiglio è di guardarti questo video di Giorgio Taverniti che fa un po’ di chiarezza sul perché qualcuno sostiene che la SEO stia morendo.